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Seimila persone in maschera hanno occupato il centro storico di Bologna per protestare contro la gestione della sicurezza nei locali notturni dopo la morte di quattro ragazzi in un incendio. Per sei ore il traffico è stato impossibile, le autorità paralizzate.
Le maschere erano il punto. Non si trattava di maschere carnevalesche tradizionali — nessun Arlecchino, nessuna Colombina. Erano maschere di morti, scheletri dipinti sui volti, abiti bianchi come sudari. Il corteo sembrava uscire da una stampa del Medioevo, da una danse macabre.
L'idea era di Luther Blissett — o meglio, di alcuni Luther Blissett bolognesi che avevano discusso per settimane della migliore forma di risposta alla tragedia. Una manifestazione tradizionale sembrava insufficiente. Ci voleva qualcosa che parlasse il linguaggio dell'irrazionale, del simbolico, del grottesco.
Arrivati in Piazza Maggiore, il corteo si è seduto. Tutti insieme, in silenzio, per venti minuti. Seimila maschere da morto sedute in piazza sotto la statua di Nettuno. Il silenzio era più rumoroso di qualsiasi slogan.
Dopo il silenzio, il carnevale. Musica, balli, teatro di strada improvvisato. Quattro ore di occupazione festiva della piazza principale. La città fermata non dalla violenza ma dal simbolico, dall'irrazionale, dalla maschera.
Tre settimane immerso nella rete dei centri sociali autogestiti berlinesi. Reportage di un Luther Blissett italiano nella capitale tedesca dell'antagonismo.
Il Wall è caduto da sette anni. Berlino Est è ancora un cantiere — fisicamente, socialmente, politicamente. Negli spazi vuoti lasciati dalla DDR, nei palazzi abbandonati della Prenzlauer Berg, del Friedrichshain, del Mitte, sono sbocciati centri autogestiti di una varietà e una vivacità che non ho mai visto in Italia.
La Köpi, l'Eimer, il Tacheles — nomi che nella scena antagonista europea circolano come miti. Non sono miti: sono edifici. Edifici occupati, riscaldati d'inverno con stufe a legna, illuminati da generatori, pieni di gente che lavora, discute, suona, espone, stampa, cucina.
Il primo giorno del NAFTA, l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale occupa quattro città nel Chiapas meridionale. Il Subcomandante Marcos parla con una maschera. È un Luther Blissett messicano.
Non siamo stati lì. Ma i fax arrivavano, i messaggi sulle BBS circolavano, le parole di Marcos rimbalzavano su Internet quando Internet aveva ancora un'anima. Quello che i media italiani filtravano e comprimevano, noi cercavamo di diffonderlo intero, nella sua complessità.
Lo zapatismo ci ha insegnato qualcosa di fondamentale: si può fare una rivoluzione e non voler prendere il potere. Si può lottare senza un'avanguardia che guida. Si può parlare con una maschera e essere più sinceri di chiunque mostri il viso.