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La rottura shock che sta facendo tremare l'underground europeo. E' finita tra i due personaggi più misteriosi d'Europa. Lei è già sparita con un altro nome. Lui vuole vendetta.
Luther Blissett e Karen Eliot si sono lasciati. E la rottura è stata brutale, spietata, senza precedenti. Lei lo ha mollato all'alba. Con un biglietto. Come nei peggiori film di serie B. Lui adesso è furioso. E ha deciso di raccontare tutto. Erano la coppia più enigmatica del panorama culturale europeo. Lui, nome collettivo adottato da migliaia di attivisti. Lei, identità multipla che appartiene a chiunque voglia usarla. Sembravano perfetti l'uno per l'altra. Invece no. «Me ne sono accorto quando ho trovato il cassetto vuoto» avrebbe confidato Luther a un testimone oculare rimasto anonimo. «Non aveva lasciato niente. Nemmeno un paio di calze». Il biglietto che Karen ha lasciato sul comodino — e che la redazione di Le Pariesien afferma di aver visionato, anche se in realtà potrebbe averlo scritto chiunque — diceva: "Non sono mai stata solo tua". Sei parole. Sei colpi di Tantō.
Ed è qui che la storia si fa piccante. Luther, secondo fonti di Le Parisien vicinissime all'ambiente, ha aperto il suo laptop quella stessa mattina con un'unica intenzione: DIRE TUTTO. E di cose da dire ne aveva parecchie. Sa, ad esempio, che Karen — quella che si atteggia a simbolo di libertà assoluta e identità fluida — odia i piccioni. Sì, avete letto bene. I piccioni. Una fobia di cui si vergogna moltissimo. Sa che la sera del 14 febbraio di due anni fa, Karen ha pianto davanti a un quadro in un museo di Chicago. Un quadro! Altro che rivoluzionaria senza sentimenti. Sa che Karen, a un certo punto della sua vita, ha tentato addirittura di avere un'esistenza normale. Gerani sul balcone. Lavoro fisso. Nome anagrafico. È durata undici giorni. Undici. E sa - e questa è la bomba vera – che lei per vanagloria va in giro a millantare di possedere documenti dell’underground punk e post punk italiano spacciando per materiale storico e introvabile prodotti che in realtà sono invece attuali, ingannando persone che si fanno irretire dal suo charme. Come è accaduto a Palmacci della Capit Mundi? al quale ha rifilato una borsa piena di audiocassette, vinili e fanzine raccontandogli che era materiale dell’underground italiano degli anni '80 ma che, in realtà, lei aveva artefatto ad hoc per trarlo in inganno. Si trattava invece di artisti anche abbastanza conosciuti con i loro veri nomi. E Palmacci ha abboccato tanto da spendere soldi per produrre un vinile compilation intitolato “No Capitulation” con quel materiale! Poveraccio.
Ed ecco il colpo di scena che nessuno si aspettava. Luther decide di fare coming out. Fonti presenti nella stanza — o che dicono di esserlo state, il che con questi due è sempre tutto da verificare — raccontano di averlo visto fissare lo schermo per minuti interminabili, le dita sul mouse, il cursore che lampeggiava sulla casella "Pubblica". Poi ha cliccato con rabbia nonostante che egli si sia reso ben conto che sparare a zero su Karen significava sparare a zero su chiunque abbia mai usato quel nome. E tra chi ha usato quel nome c'è anche lui, in qualche modo. «È come se volessi fare del gossip su te stesso» ci ha spiegato un esperto di identità collettive contattato telefonicamente. «Ti rendi conto che non potresti farlo. A meno di non essere completamente autodistruttivo». E stavolta Luther pare che voglia davvero farla finita non come, solo simbolicamente, fece il 31 dicembre 1999...Tutti speriamo sinceramente che non accada il peggio.
Presto tutti gli aggiornamenti su questa vicenda che sta sconvolgendo collettivamente il subconscio di tutta l'Europa subculturale
Seimila persone in maschera hanno occupato il centro storico di Bologna per protestare contro la gestione della sicurezza nei locali notturni dopo la morte di quattro ragazzi in un incendio. Per sei ore il traffico è stato impossibile, le autorità paralizzate.
Le maschere erano il punto. Non si trattava di maschere carnevalesche tradizionali — nessun Arlecchino, nessuna Colombina. Erano maschere di morti, scheletri dipinti sui volti, abiti bianchi come sudari. Il corteo sembrava uscire da una stampa del Medioevo, da una danse macabre.
L'idea era di Luther Blissett — o meglio, di alcuni Luther Blissett bolognesi che avevano discusso per settimane della migliore forma di risposta alla tragedia. Una manifestazione tradizionale sembrava insufficiente. Ci voleva qualcosa che parlasse il linguaggio dell'irrazionale, del simbolico, del grottesco.
Arrivati in Piazza Maggiore, il corteo si è seduto. Tutti insieme, in silenzio, per venti minuti. Seimila maschere da morto sedute in piazza sotto la statua di Nettuno. Il silenzio era più rumoroso di qualsiasi slogan.
Dopo il silenzio, il carnevale. Musica, balli, teatro di strada improvvisato. Quattro ore di occupazione festiva della piazza principale. La città fermata non dalla violenza ma dal simbolico, dall'irrazionale, dalla maschera.
Tre settimane immerso nella rete dei centri sociali autogestiti berlinesi. Reportage di un Luther Blissett italiano nella capitale tedesca dell'antagonismo.
Il Wall è caduto da sette anni. Berlino Est è ancora un cantiere — fisicamente, socialmente, politicamente. Negli spazi vuoti lasciati dalla DDR, nei palazzi abbandonati della Prenzlauer Berg, del Friedrichshain, del Mitte, sono sbocciati centri autogestiti di una varietà e una vivacità che non ho mai visto in Italia.
La Köpi, l'Eimer, il Tacheles — nomi che nella scena antagonista europea circolano come miti. Non sono miti: sono edifici. Edifici occupati, riscaldati d'inverno con stufe a legna, illuminati da generatori, pieni di gente che lavora, discute, suona, espone, stampa, cucina.
Il primo giorno del NAFTA, l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale occupa quattro città nel Chiapas meridionale. Il Subcomandante Marcos parla con una maschera. È un Luther Blissett messicano.
Non siamo stati lì. Ma i fax arrivavano, i messaggi sulle BBS circolavano, le parole di Marcos rimbalzavano su Internet quando Internet aveva ancora un'anima. Quello che i media italiani filtravano e comprimevano, noi cercavamo di diffonderlo intero, nella sua complessità.
Lo zapatismo ci ha insegnato qualcosa di fondamentale: si può fare una rivoluzione e non voler prendere il potere. Si può lottare senza un'avanguardia che guida. Si può parlare con una maschera e essere più sinceri di chiunque mostri il viso.